

di Nicola Decio Dimatteo
Oggi il mondo dello sport, e l'Italia intera, si stringe nel dolore per la scomparsa di Alex Zanardi. Ma se c’è una parola che deve accompagnare il suo ricordo, questa non è "fine", bensì "resilienza". A 59 anni, il campione bolognese ci lascia un’eredità che va ben oltre i circuiti automobilistici o le piste di paraciclismo: ci lascia la prova vivente che l’anima può correre più veloce di qualsiasi destino avverso.
La vita di Zanardi è stata una sfida costante contro l'impossibile. Quando nel 2001, sul circuito del Lausitzring, un terribile incidente gli strappò le gambe, il mondo pensò di aver perso un pilota. Alex, invece, scelse di ritrovare l'uomo. Con un’autoironia che commuoveva — celebre la sua battuta "Ragazzi, ho il piede pesante" riferita alle protesi — ha trasformato una tragedia in un nuovo punto di partenza.
Zanardi non si è limitato a "sopravvivere" alla disabilità; l'ha dominata. Dopo aver corso nelle massime categorie del motorsport (Jordan, Lotus, Williams), ha saputo trasferire la sua fame di vittoria nel paraciclismo. I successi di Londra 2012 e Rio 2016 non sono stati solo medaglie al collo (4 ori e 2 argenti), ma manifesti di una volontà d'acciaio.
"La vita è come il caffè: puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se lo vuoi far diventare dolce devi girare il cucchiaino. A stare fermi non succede niente."
Nonostante il nuovo dramma del 2020 durante la staffetta di "Obiettivo Tricolore", il silenzio e la riservatezza degli ultimi anni non hanno scalfito il mito. Alex è stato un supereroe moderno perché non ha mai cercato la pietà, ma la sfida. Ha insegnato a una generazione che la resilienza non è solo resistere ai colpi, ma è la capacità di ricostruirsi pezzo dopo pezzo, con il sorriso sulle labbra e lo sguardo rivolto sempre al prossimo traguardo.
Oggi il "motore" di Alex si è fermato, ma la scia che ha lasciato continuerà a indicare la strada a chiunque pensi di non farcela. Addio, Campione di vita.
