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CARLO_PETRINI_copia.jpgAddio a Carlìn: l’uomo che insegnò al mondo a riprendersi il tempo (e la terra)
Si è spento a 76 anni Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food. Dalle colline di Bra ha guidato una rivoluzione globale contro l'omologazione alimentare, diventando l’amico dei contadini e il consigliere dei Grandi della Terra.
C’è un’immagine che riassume Carlo Petrini meglio di qualunque onorificenza internazionale: un uomo capace di riconoscere un vino a occhi chiusi, ma che preferiva berlo insieme a un contadino delle Langhe piuttosto che in un salotto esclusivo. Carlìn, come lo chiamavano tutti, se n'è andato nella sua Bra, la città che non ha mai lasciato e che ha trasformato nel centro del mondo gastronomico moderno.

Tutto ebbe inizio con una protesta simbolica contro l'apertura di un McDonald’s a Roma negli anni '80. Ma Petrini non si fermò alla rabbia: inventò un'alternativa. Fondò Slow Food, un movimento che non era solo un invito a mangiare meglio, ma un manifesto politico. In un mondo che correva verso il "fast", lui rivendicò il diritto alla lentezza, al piacere e al rispetto dei cicli naturali. Ha insegnato che mangiare è un "atto agricolo": ogni volta che scegliamo cosa mettere nel piatto, decidiamo il futuro del pianeta.

La grandezza di Petrini stava nella sua "intelligenza affettiva". Ex militante di sinistra, figlio di un ferroviere comunista e di un'ortolana, ha saputo costruire ponti incredibili. È stato l'amico intimo di Papa Francesco, con il quale condivideva l’urgenza di un’ecologia integrale, e allo stesso tempo interlocutore di Re Carlo d’Inghilterra. Era l’"agnostico pio" che citava Einstein e il Vangelo per spiegare che la terra non è un supermercato da saccheggiare, ma un organismo da proteggere.

Non lascia solo libri e premi. Lascia l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, dove migliaia di giovani da tutto il mondo studiano oggi il cibo come una scienza nobile. Lascia Terra Madre, la rete che ogni due anni riunisce a Torino migliaia di piccoli produttori – dai pescatori africani ai pastori andini – restituendo loro quella dignità che l’industria aveva provato a cancellare.
"Chi semina utopia, raccoglie realtà", amava dire. Oggi, mentre il mondo piange la sua scomparsa, ci accorgiamo che il seme di Carlìn è ovunque: in ogni mercato contadino, in ogni presidio che salva un seme antico, in ogni giovane che decide di tornare alla terra. Carlo Petrini non è più tra noi, ma la sua "austera anarchia" continuerà a sussurrarci che un mondo più giusto inizia sempre da un gesto quotidiano: quello di sedersi a tavola e onorare chi ha coltivato quel pane.