
Il 2 giugno 1946 rappresenta una data storica per l'Italia: per la prima volta le donne votarono e furono elette in una consultazione politica nazionale. Così, in una nota, Maria Rosaria D’Anzi, presidente provinciale di Potenza dell’Anpi. Un traguardo fondamentale nel processo di emancipazione femminile iniziato nella Resistenza, quando il ruolo delle donne - ha proseguito la presidente - fu determinante. Come affermava Lidia Menapace, nome di battaglia Bruna, “se non ci fossero state le donne non ci sarebbe stata la Resistenza, punto e basta”. Tuttavia, terminata la guerra, queste si resero presto conto che la battaglia per l’emancipazione doveva proseguire, se non addirittura ricominciare. Dopo l’esperienza nei Gruppi di difesa della donna e dopo la Liberazione serviva che le donne continuassero a lavorare per le donne. Teresa Vergalli, nome di battaglia Anuska, racconta di quando le venne affidato il compito di istruire la sua gente sulla storia d’Italia e sulla democrazia, di spiegare la differenza tra sindaco e podestà e di come tale compito avesse un significato particolare quando ad ascoltarla erano altre donne. Per le medesime ragioni furono create le prime organizzazioni femminili: il CIF e l’UDI, che, pur partendo da orientamenti diversi, furono unite da un comune impegno per la conquista del voto alle donne, dimostrando la capacità di costruire una formidabile alleanza tra donne. Ciò che accadde dopo è noto. Le elezioni amministrative della primavera del 1946 furono le prime in cui si registra anche la partecipazione delle donne. E successivamente, con il voto del 2 e del 3 giugno, furono elette nell’Assemblea costituente anche 21 donne, molte delle quali erano state partigiane. Si trattò di donne capaci di una visione anticipatrice – ha sottolineato D’Anzi – che aprirono più ampi spazi alla politica. Tra queste, Teresa Noce, la “rivoluzionaria professionale” come amava definirsi, che aveva conosciuto la povertà e la durezza del lavoro operaio. Come altre donne della Costituente, aveva vissuto la Resistenza e, nel suo caso, anche una lunga deportazione in Germania. A lei si deve quel “di fatto” contenuto nell’articolo 3, che contiene con parole chiare e definitive la promessa di una società uguale e liberata dalle discriminazioni, fondata sulla pari dignità sociale, impegnando nel contempo lo Stato a rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza.
Nonostante i passi in avanti compiuti in questi ottant’anni, le norme costituzionali in materia di uguaglianza restano ancora disattese: restano disattese per le donne, per le quali i luoghi di lavoro permangono, ancora troppo spesso, luoghi di discriminazione; e allo stesso modo quelle stesse norme rimangono ancora una visione per gli altri gruppi elencati al primo comma dell’art. 3 che sono fatti oggetto di rinnovati atti di discriminazione e violenza, che si accompagnano a un ciclico riemergere di visioni conservatrici, inclini a relegare la donna e altre componenti della società in ruoli sociali marginali. Dinnanzi a questo stato di cose, sull’esempio delle Madri costituenti – ha concluso D’Anzi – noi donne dovremmo recuperare la capacità di collaborare per il raggiungimento di obiettivi comuni. Perché quando le donne lavorano assieme possono rendere realtà una visione del mondo migliore.
