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MEGLIO VIVERE CHE RESISTERE. I PAESI COME LABORATORI DEL FUTUROLE_MONADI.jpg

Quasi metà dei Comuni italiani appartiene alle aree interne e occupa quasi il sessanta per cento del territorio nazionale, ospitando oltre tredici milioni di persone. Continuare a chiamare tutto questo “margine” è già, forse, parte del problema.

Il dibattito acceso nelle ultime settimane intorno ai paesi italiani, tra le provocazioni di Christian Raimo e le proposte di Franco Arminio, ha avuto almeno un grande merito: ci ha costretti a tornare a guardarli. Non soltanto come cartoline estive o territori da salvare dallo spopolamento, ma come luoghi nei quali qualcuno deve poter immaginare una vita.

Scriviamo dal Vulture, in Basilicata, e conosciamo bene il vocabolario delle aree interne: manca il lavoro, manca il medico, manca l’autobus, mancano i giovani, mancano opportunità. Sono problemi reali, che nessuna poesia può cancellare. Ma se un ragazzo cresce ascoltando per vent’anni che nel luogo in cui vive non c’è niente, partire smette quasi di essere una scelta e diventa il finale già scritto della storia. Il primo cambiamento è allora anche un cambiamento dello sguardo: non per nascondere ciò che manca, ma per chiederci che cosa c’è qui che altrove stanno cominciando a cercare.

Ci sono spazio, natura, case, acqua, paesaggi, tempo, relazioni. Nessuna di queste cose sostituisce un ospedale o un posto di lavoro, ma alcune stanno diventando sorprendentemente preziose. Il punto non è soltanto riconoscerle: è rimetterle in movimento. Nei paesi le energie spesso non sono assenti; sono disperse, isolate, sfiduciate. Un giovane con un’idea che non incontra uno spazio resta potenziale; una casa vuota senza un progetto resta patrimonio immobile; un anziano con un sapere che nessuno ascolta resta memoria privata. Il risveglio comincia quando persone, luoghi, competenze e desideri prima separati iniziano a riconoscersi e a combinarsi. È ciò che potremmo chiamare energia civica: la capacità di una comunità di trasformare ciò che possiede in ciò che desidera diventare.

Per decenni abbiamo raccontato chi vive nei paesi attraverso una parola generosa ma faticosa: resistenza. Resiste il commerciante, resiste l’agricoltore, resiste la scuola, resiste il giovane che non parte. Dobbiamo essere grati a chi ha resistito: senza di loro molti territori sarebbero già soltanto ricordi. Ma resistere non può essere un progetto di futuro. Non possiamo chiedere alla prossima generazione di essere eroica per aprire un’attività, fare cultura, crescere un figlio o semplicemente vivere nel luogo in cui è nata.

Da qui nasce “Meglio vivere che resistere”. Non significa convincere tutti a restare: partire è una libertà. Significa qualcosa di più difficile, costruire paesi capaci di attrarre. Il futuro delle aree interne dipenderà anche da una famiglia che oggi vive in una grande città, da un artista, da un migrante, da una professionista che lavora online, da qualcuno che non possiede lì neppure una fotografia dei nonni ma potrebbe decidere che quello diventi il proprio posto.

Per farlo, però, i paesi dovranno cambiare. Non possiamo lamentare lo spopolamento e lasciare che chi arriva rimanga per sempre “quello di fuori”. Una comunità del futuro non dovrebbe preoccuparsi innanzitutto di sapere da dove vieni o a quale famiglia appartieni. Dovrebbe chiederti che cosa possiamo costruire insieme. E attrarre non può significare selezionare soltanto gli abitanti più forti o più redditizi. Un luogo è davvero desiderabile quando può essere vissuto anche da chi ha un reddito basso, da una persona con disabilità, da un anziano, da una famiglia che attraversa una fragilità, da chi arriva da un altro Paese. Altrimenti rischiamo di sostituire lo spopolamento con una nuova forma di esclusione.

C’è poi una ragione per guardare più avanti. Nei prossimi anni la tecnologia potrà semplificare molte attività, aiutarci a lavorare meglio e restare connessi quasi ovunque. Ma avere più strumenti non significa automaticamente vivere meglio. Proprio mentre tutto diventa più veloce e accessibile, rischiano di diventare più preziose altre cose: il tempo che qualcuno ci dedica davvero, una conversazione senza distrazioni, la possibilità di fermarsi, di essere presenti in un luogo e riconosciuti dalle persone che lo abitano. Forse il futuro non ci chiederà soltanto di essere più efficienti, ma di difendere ciò che ci permette di restare umani.

Potrebbero diventare più preziosi il silenzio, il tempo non organizzato in funzione della produttività, il contatto quotidiano con la natura e la possibilità di sentirsi parte di un luogo reale. Un luogo nel quale non si è soltanto connessi agli altri, ma riconosciuti; non semplicemente inseriti in una rete, ma coinvolti in una comunità; non ridotti a un profilo, ma parte di una storia comune alla quale poter contribuire.

È anche da questa intuizione che nel Vulture abbiamo iniziato a lavorare a “Focolai all’Orizzonte – Paesaggi che rigenerano, comunità che accendono”: non un ritorno al paese di cinquant’anni fa, ma il tentativo di immaginare il paese del 2050, connesso e produttivo, aperto alla tecnologia e allo stesso tempo capace di difendere una qualità dell’esperienza umana che rischiamo di perdere.

A questo punto arriva l’obiezione più seria: di che cosa vivono questi paesi? Non soltanto di turismo e nemmeno di nostalgia. La loro economia dovrà essere ibrida: agricoltura che trasforma sul posto ciò che produce; artigianato connesso ai mercati digitali; professionisti e microimprese che possono vivere in un luogo e lavorare con il mondo; cultura che diventa residenza, formazione e produzione; case vuote che tornano ad essere abitate; cura di boschi, acqua e paesaggio riconosciuta come produzione di valore.

E poi quella che potremmo chiamare economia della presenza: cura, educazione, infanzia, anziani, disabilità, sport, cultura, ospitalità, relazioni. Tutto ciò in cui la presenza umana non è un’inefficienza da eliminare ma una parte essenziale del valore. La formula potrebbe essere semplice: produrre ciò che può viaggiare e valorizzare ciò che non può essere spostato. Può viaggiare una consulenza, un software, un prodotto, una competenza. Non possono essere spostati un lago, un bosco, una comunità, una relazione. La tecnologia può permetterci di produrre valore nel mondo; il territorio può aiutarci a produrre qualità della vita.

Naturalmente un paese non è “curativo” per natura. Può essere chiuso, soffocante, solitario, giudicante. I paesi possono diventare luoghi rigenerativi soltanto se imparano ad aprirsi, ad accogliere differenze e a dare spazio a chi arriva. Una comunità capace di curare si misura soprattutto quando incontra tempi e bisogni diversi dai propri. Le persone con disabilità, gli anziani e chi attraversa una fragilità non sono il margine di questo ragionamento: ne sono il banco di prova più serio. In una società che promette di renderci tutti più veloci ed efficienti, il progresso può avere anche un’altra misura: l’accessibilità, il tempo dell’ascolto, la possibilità di partecipare, la capacità di non lasciare fuori chi procede con un passo diverso. Forse una comunità è davvero moderna quando permette anche a chi ha bisogno di più tempo di non arrivare sempre ultimo.

Non vogliamo città contro paesi. Le città continueranno a essere straordinari luoghi di conoscenza, diversità e innovazione. Ma potrebbero perdere progressivamente un antico monopolio: l’idea che per partecipare al futuro bisogna necessariamente vivere lì. E allora una domanda potrebbe diventare sempre più importante: se posso lavorare con il mondo, dove voglio vivere la mia vita?

Forse stiamo guardando come territori del passato alcuni dei luoghi nei quali potremmo sperimentare una modernità abitabile. Per questo vorremmo che il dibattito uscisse dalle pagine dei giornali e tornasse nei paesi, con una domanda semplice: che cosa c’è nel luogo in cui vivi che potrebbe diventare futuro? Chiederlo a chi è rimasto e a chi è partito, a chi è arrivato, ai giovani, agli anziani, agli artisti, agli agricoltori, agli imprenditori, ai migranti, alle persone con disabilità. Non per costruire un’altra cartolina, ma una coscienza.

Abbiamo resistito abbastanza da essere ancora qui. Adesso proviamo a vivere.

Giuseppe Potenza

Presidente APS Le Monadi

Focolai all’Orizzonte – Paesaggi che rigenerano, comunità che accendono

Vulture, Basilicata