
C'è qualcosa che mi preoccupa quasi quanto il contenuto della nuova legge elettorale: il modo in cui viene trattata nel dibattito pubblico.
Se ne discute come di una normale riforma: percentuali, soglie, preferenze, collegi, premio di governabilità. Qualche critica, qualche emendamento, qualche dichiarazione politica.
Ma non siamo davanti a una normale modifica delle regole elettorali. Stiamo intervenendo sul meccanismo attraverso il quale la volontà dei cittadini diventa rappresentanza e la rappresentanza diventa potere.
Il testo modificato dal Senato e tornato alla Camera mantiene un premio di governabilità di 70 deputati e 35 senatori a favore della lista o coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere. Sono 105 parlamentari coinvolti nel meccanismo premiale.
Quei seggi non vengono creati dal nulla, aumentare la rappresentanza di una parte significa ridurre quella che sarebbe spettata alle altre. Ed è qui che la questione smette di essere un problema per specialisti. Quei seggi sono parlamentari che voteranno le leggi, daranno o negheranno la fiducia al Governo, approveranno il bilancio dello Stato, decideranno sulle politiche sociali, sul lavoro, sulla sanità, sulla scuola, sulla pace e sulle stesse riforme costituzionali. Parlamentari sottratti al voto dei cittadini.
La governabilità può essere un obiettivo politico. Ma la democrazia non esiste semplicemente per produrre un Governo: esiste perché il pluralismo della società trovi rappresentanza nelle istituzioni e perché il potere incontri limiti, controlli e contrappesi.
Anche la tanto annunciata introduzione delle preferenze merita di essere spiegata.
Il capolista resta sottratto alla competizione preferenziale. Se una lista conquista un solo seggio nel collegio, quel seggio va al capolista individuato dal partito. Le preferenze espresse per gli altri candidati non possono eleggere nessuno.
Perciò la domanda non è semplicemente: «Ci sono le preferenze?»
La domanda è: «Quanti parlamentari potranno essere realmente scelti dagli elettori e quanti continueranno a essere determinati, di fatto, dalla posizione assegnata loro dai partiti?»
Per gli effetti che questa legge può produrre sulla rappresentanza e sugli equilibri democratici, io la considero un “colpo di Stato attraverso la legge”. Parlo del pericolo, difficile da percepire, di modificare profondamente gli equilibri della democrazia rappresentativa utilizzando gli stessi strumenti formali della legalità. E c'è un altro passaggio che non può essere sottovalutato: la legge obbliga le forze politiche a indicare preventivamente la persona proposta come Presidente del Consiglio. Imporre la personalizzazione della competizione attorno a un nome, insieme al premio che rafforza artificialmente la maggioranza parlamentare, si introduce nell'elettore l'idea che con il voto non si elegga anzitutto un Parlamento, ma si scelga una maggioranza e il suo “capo”.
La Costituzione nata dalla Resistenza non costruisce una democrazia nella quale tutto il potere deve essere consegnato a chi arriva primo. Costruisce una Repubblica pluralista, fondata sulla partecipazione, sulla rappresentanza, sul Parlamento e sull'equilibrio tra i poteri.
E proprio per questo mi sarei aspettato molto di più anche dalle forze di opposizione.
Non soltanto emendamenti, dichiarazioni e contrapposizione parlamentare. Di fronte a una modifica ritenuta così rilevante per gli equilibri della rappresentanza, sarebbe stato doveroso portare la discussione fuori dalle Aule, spiegare il meccanismo ai cittadini, promuovere assemblee pubbliche e costruire una grande mobilitazione democratica e pacifica.
Una legge elettorale non appartiene ai partiti. Appartiene ai cittadini.
Ed è forse proprio questo l'aspetto più preoccupante: il rischio che una trasformazione così importante delle regole della rappresentanza venga percepita come una vicenda interna alla politica. Non lo è.
Se domani volessimo cambiare profondamente questa società, ridurre le disuguaglianze, difendere il lavoro, realizzare i diritti sociali indicati dalla Costituzione, scegliere la pace, rafforzare la sanità e la scuola pubblica, attraverso quali strumenti dovremmo farlo se non attraverso partecipazione, voto e rappresentanza parlamentare?
Se il Parlamento approverà definitivamente questa legge, la mobilitazione non dovrà finire con il voto delle Camere. Dovrà cominciare una grande iniziativa civile e giuridica affinché, in ogni sede in cui ne ricorrano i presupposti, vengano sollevate le questioni di legittimità costituzionale e la Corte costituzionale possa pronunciarsi. Associazioni, giuristi, cittadini e forze democratiche dovranno tenere aperta questa battaglia con gli strumenti che la stessa Costituzione mette a disposizione. La democrazia non si difende soltanto quando qualcuno tenta apertamente di abbatterla. Si difende anche quando viene progressivamente piegata, fino a farci considerare normale ciò che normale non è.
Piero Scutari
Presidente
Sezione ANPI di Potenza