
Siamo agricoltori. Gente che misura il tempo in stagioni, non in giorni.
In questi giorni, però, il tempo si è fermato. Ci siamo seduti sul bordo del campo, con la terra ancora da lavorare, e ci siamo fatti una domanda: vale ancora la pena seminare il grano, quest’anno?
Al bar del paese la risposta la leggi negli occhi. L’agricoltore con le mani screpolate. Il camionista con la notte addosso. Il ragazzo che consegna col furgone. Il commerciante con le chiavi della saracinesca in tasca. Nessuno si lamenta ad alta voce. Ognuno gira il cucchiaino nel caffè e fa due calcoli. Sempre gli stessi. Sempre in rosso.
Poi arriva il telefono, e con lui il colpevole del giorno. Oggi gli agricoltori. Domani i camionisti. Dopodomani i commercianti.
Ci stanno insegnando a guardarci storto. E noi stiamo imparando in fretta.
Ma chi vive qui sa come stanno le cose. Il commerciante paga ogni aumento prima ancora di vederlo sullo scontrino. La madre rimette sullo scaffale quello che non può permettersi. Il ragazzo tiene il biglietto per Milano nel cassetto, e ogni sera lo guarda un po’ di più. Non sono avversari. Sono le persone con cui siamo cresciuti.
Da questa terra partono ogni giorno le autobotti del petrolio. Nei nostri serbatoi, intanto, resta il fondo.
Ieri, in Commissione Bilancio, l’assessore all’Agricoltura ha messo in fila i numeri. Venticinque milioni annunciati. Dieci in attesa di Roma. Dieci tra tre mesi, forse. Cinque che con il gasolio non c’entrano. Nelle aziende, oggi, niente.
Non è rabbia verso qualcuno. È stanchezza verso un modo di fare: annunciare, rinviare, annunciare di nuovo.
Anche noi abbiamo sbagliato. Ci siamo lasciati dividere. Abbiamo dimenticato che una matita, nella cabina elettorale, pesa più di cento comunicati. E che pesa anche prima: ogni volta che scegliamo di sapere, di esserci, di non consegnare a nessuno la nostra voce a scatola chiusa.
Alla politica chiediamo di guardare bene. Questa non è più la protesta di qualcuno. È un paese intero che bussa. Sono cittadini che bussano con garbo, perché crediamo ancora che questo metodo si possa cambiare. Il 3 novembre il Consiglio regionale ha l’occasione di farlo. Con atti, firme, date. E con un’assunzione di responsabilità vera.
Noi non ce ne andiamo. Questa terra l’abbiamo ricevuta in prestito da chi c’era prima, e la dobbiamo a chi verrà dopo.
Il grano, quest’anno, vogliamo ancora seminarlo.
Ma non vogliamo essere soli nel campo.
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