aaaa.gif

Compie 40 anni la legge 121/1981 che ha riformato la pubblica sicurezza in Italia

0
0
0
s2sdefault

 Compie_40_anni_la_legge_ha_riformato_la_pubblica_sicurezza_in_Italia.jpg

 Il 1° aprile 2021 ricorrono 40 anni dalla data di approvazione della Legge n.121/1981, che ha determinato la trasformazione del Corpo delle guardie di Pubblica sicurezza nella Polizia di Stato, rendendola moderna, “smilitarizzata” e a ordinamento civile.

Per l’occasione, l’Ufficio Relazioni Esterne del Dipartimento della P.S. ha curato la pubblicazione di un libro dal titolo “La riforma dell’Amministrazione della pubblica sicurezza”, scritto dal Prefetto Carlo Mosca, uno dei principali ideatori della riforma, servitore esemplare delle Istituzioni dello Stato, al quale rivolgiamo un pensiero commosso per la sua scomparsa avvenuta lo scorso 30 marzo all’età di 75 anni. Il volume è arricchito dal contributo di autorevoli personalità le quali, in ciascuno dei 12 capitoli, illustrano i temi del libro che sono quelli già presentati con il calendario della Polizia di Stato 2021.

Tanti gli aspetti innovativi che la legge di riforma ha introdotto: dalla “smilitarizzazione” del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza al diritto di associarsi in sindacati, dall’avvento degli ispettori con mansioni investigative al coordinamento tecnico-operativo delle forze di polizia, dalla creazione dei ruoli tecnici alla parità di genere che ha consentito alle donne le medesime possibilità di carriera dei colleghi uomini.

La legge ha poi definito l’architettura dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza nel nostro paese, individuando nel Ministro dell’Interno l’Autorità nazionale di pubblica sicurezza, nel Prefetto l’Autorità provinciale che ha la responsabilità generale dell’ordine e della sicurezza pubblica, e nel Questore l’Autorità provinciale “tecnica” di pubblica sicurezza.

Un’altra parola chiave che ha caratterizzato la suindicata pubblicazione e la riforma è il servizio. Per i poliziotti il servizio è il dovere professionale “da adempiere con disciplina e onore”, è la presenza tra la gente per vigilare l’andamento sereno della vita di tutti i giorni.

In allegato si trasmettono:

-         messaggio del Presidente della Repubblica;

-         introduzione del Prefetto Franco Gabrielli (al momento della stampa, Capo della polizia – direttore generale della pubblica sicurezza);

-         “introduzione - 40 anni di cambiamenti”, che fa una carrellata generale sui temi del libro, l’articolo sulle “donne” e quello sui “sindacati”.

Di seguito i temi maggiormente rappresentativi del processo di cambiamento della Polizia di Stato negli ultimi 40 anni:

CAMBIAMENTO: nasce la Polizia di Stato, forza di polizia civile a ordinamento speciale, con nuovi simboli identitari che rappresentano i cardini del cambiamento. Una nuova uniforme con diversi colori, il monogramma R.I. (della Repubblica Italiana) al posto delle “stellette” sul bavero e più avanti, nel 2018, i nuovi distintivi di qualifica che concludono il processo di riforma.

SINDACATI DI POLIZIA: nel nuovo disegno della Polizia di Stato come forza di polizia civile a ordinamento speciale, vengono definite le norme di comportamento politico e riconosciuto il diritto di associarsi in sindacati di polizia per la tutela dei diritti del poliziotto-lavoratore.

DONNE: la legge di riforma scioglie il Corpo di polizia femminile e il personale, con tutte le sue competenze (reati in materia di buon costume, violenza sulle donne e sui minori), confluisce nella nuova Polizia di Stato insieme al personale del Corpo delle Guardie di P.S. e ai funzionari civili di P.S. Le nuove norme assicurano parità di attribuzioni, funzioni, trattamento economico e progressione in carriera al personale femminile e maschile.

IDENTITA’: la Legge 121 istituisce la Polizia di Stato, organismo civile a ordinamento speciale, che esercita le proprie funzioni al servizio dei cittadini e per l’esercizio delle libertà e dei diritti altrui. Cambia nei colori, nelle divise e nella livrea, diventando un organismo composito, capace di coordinare il complesso sistema cui è attribuita la responsabilità dell’ordine e della sicurezza pubblica. “Un’istituzione senza memoria, senza le proprie radici è destinata ad inaridirsi” e la legge di riforma sposa in pieno questo paradigma, rinnovando la tradizione per costruire il futuro.

ISPETTORI: viene istituito il nuovo ruolo degli Ispettori, figura di raccordo tra i “sottoufficiali” e i funzionari, con un profilo particolarmente qualificato (sia per titolo di studio, sia per tipologia di formazione) per lo svolgimento di funzioni precipue in materia di sicurezza pubblica e di polizia giudiziaria, con particolare riguardo alle attività investigative.

PROSSIMITA’: i compiti istituzionali attribuiti alla Polizia di Stato confermano la tradizione tracciata dalle norme in materia di ordine e sicurezza pubblica, ma viene profondamente innovato il sistema di riferimento: la Polizia di Stato esercita le proprie funzioni al servizio delle istituzioni democratiche e dei cittadini sollecitandone la collaborazione. Un obiettivo nuovo: creare un rapporto con le comunità per costruire insieme la sicurezza del Paese e diffondere la cultura della legalità.

AUTORITA’ DI PUBBLICA SICUREZZA: la legge di riforma definisce il sistema dell’ordine e della sicurezza pubblica indicando nel Ministro dell’Interno l’Autorità Nazionale di pubblica sicurezza. A livello provinciale, conferma l’autorità del Prefetto e del Questore, definendo i rispettivi, specifici ambiti di competenza: politico-amministrativo il primo e tecnico-operativo il secondo.

ORDINE E SOCCORSO PUBBLICO: il rilievo del soccorso pubblico nelle competenze delle forze di polizia viene rinnovato e la Polizia di Stato individua nella professionalità dei neo-istituiti Reparti Mobili la struttura operativa dedicata a questo delicato servizio.

FORMAZIONE: il sistema delle scuole di polizia viene ridisegnato in funzione di un nuovo concetto: la formazione. La formulazione dei programmi, i metodi di insegnamento e le tecniche operative vengono profondamente revisionati, con l’obiettivo di assicurare la massima professionalità del personale e la promozione del senso di responsabilità nel servizio alle istituzioni democratiche e ai cittadini.

RUOLI TECNICI: nasce la componente tecnico-scientifica della Polizia di Stato che va ad affiancarsi al ruolo del personale che svolge funzioni di polizia e a quello dei ruoli professionali (medici). L’innovazione risponde all’esigenza di assicurare una serie di attività attinenti ai servizi di polizia nel settore logistico, scientifico, telematico, psicologico, sanitario e della sicurezza cibernetica.

SERVIZIO: nel 1981 viene codificata la mission della Polizia di Stato: esercitare le funzioni al servizio delle istituzioni democratiche e dei cittadini. La tutela dell’esercizio delle libertà e dei diritti dei cittadini, la vigilanza sull’osservanza delle regole, la garanzia dell’ordine e della sicurezza pubblica, la prevenzione e repressione dei reati, il soccorso pubblico hanno come nuovo e unico faro dell’agire il servizio alle comunità del Paese.

COORDINAMENTO: il Ministro dell’Interno, in qualità Autorità Nazionale di P.S., è responsabile della tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica. Ha l’alta direzione dei servizi di ordine e sicurezza pubblica e coordina, in materia, i compiti e le attività delle forze di polizia, avvalendosi dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza, nell’ambito della quale è istituito il Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Al Dipartimento della Pubblica Sicurezza è preposto il Capo della Polizia-Direttore Generale della Pubblica Sicurezza che provvede all’attuazione della politica dell’ordine e della sicurezza pubblica e coordina a livello tecnico-operativo le forze di polizia.

 

SERGIO MATTARELLA – PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

I quarant'anni della legge di riforma dell'Amministrazione della pubblica sicurezza coincidono con un altro anniversario che il 2021 ci consegna: i 160 anni dell'Unità d'Italia. Sono ricorrenze tra loro intimamente collegate. La Polizia è uno dei volti dello Stato. La storia della Polizia è parte del racconto della edificazione dello Stato unitario, ne ha seguito l'evoluzione costituzionale garantendo lealtà nello svolgimento dei suoi compiti di autorità preposta al mantenimento dell'ordine pubblico.
La legge 121 del 1981 è caposaldo vivo e vitale dei nostri tempi: ha rapportato l'agire della Polizia nella società ai valori della Costituzione repubblicana, affidandole una missione non dissipata in un compito meramente securitario, bensì proiettata esplicitamente verso la cura dell'ordine democratico del Paese.
Una funzione scolpita nell'art. 24 quando, al primo posto tra i compiti della Polizia di Stato, troviamo indicata la tutela "dell'esercizio delle libertà e dei diritti del cittadino".
Questa nuova ontologia, già rintracciabile nel ruolo affidato alla Polizia di Stato sin dall'inizio della stagione repubblicana, si fa palese e si rafforza proprio con la legge del 1981 - approvata dal Parlamento con un largo concorso sia delle forze di maggioranza sia di quelle di opposizione - offrendo maggiore luce al ruolo delle donne e degli uomini impegnati "al servizio delle istituzioni democratiche".
La Polizia nel contesto costituzionale si pone come presidio di sicurezza che concorre a rendere vera la libertà di esercizio dei diritti garantiti dalla Carta fondamentale.
I principi ispiratori della riforma - che vanno quotidianamente vissuti per renderla effettiva - hanno contribuito a ribaltare l'immagine antica - forse mai totalmente rispondente alla realtà - di un corpo dello Stato vocato a funzioni puramente repressive per imporre un ordine gradito al potere di turno.
La polizia moderna nella logica costituzionale propria della riforma dell'81, è oggi un corpo dello Stato che i cittadini riconoscono come amico, accessibile ed aperto, elemento di coesione.
Una 'empatia democratica' guadagnata sul campo anche nei giorni durissimi di questo annus horribilis appena trascorso, ma nata negli anni difficili del terrorismo, nutrita, nei lunghi 40 anni dall'introduzione della riforma, dal lavoro e dal sacrificio dei suoi componenti. Un impegno lungo che ha prodotto così i suoi effetti.
Uno dei caratteri più significativi di quella riforma, che introdusse principi moderni sia dal punto di vista organizzativo - si pensi alla dimensione dipartimentale - sia valoriale- si pensi alla parità di genere nella struttura del Corpo - è rappresentato dalla attuazione del fondamento pluralistico.
La parola pluralismo fa parte di una endiadi indissolubile con la parola democrazia e richiama il lemma latino plus, che evoca l'idea di "incremento".
Il pluralismo implica incremento di democrazia e la Polizia di Stato recepisce questo principio facendolo elemento costitutivo. Una struttura inclusiva, con il pluralismo delle voci sindacali, il metodo meritocratico, la parità di genere sancita per la prima volta nell'impianto normativo delle amministrazioni pubbliche, con chiari riferimenti alla sua realizzazione con parità di attribuzioni, di funzioni, di trattamento economico e di progressione di carriera per il personale sia di genere maschile sia di genere femminile.
La capacità di operare in organismi interforze, di interagire con i territori, di porsi come struttura flessibile in grado di rispondere all'evoluzione della società italiana sovvenendo ai nuovi bisogni di tutela che essa pone, rappresentano ulteriori caratteristiche dell'assolvimento pieno del concetto di servizio che connota l'identità delle forze di Polizia e che si declina perfettamente col servizio alla democrazia costituzionale che è intrinsecamente pluralista e significa, dunque, servire tutti i cittadini e nel rispetto dei diritti di ognuno.
Per i tanti fronti di impegno, memori dei sacrifici e del prezzo di vite pagato nell'assolvimento dei compiti, rinnovo la riconoscenza della Repubblica a tutti gli operatori della Polizia chiamati a vivificare ogni giorno la missione loro assegnata dalla Legge perché, come recita il loro motto: "Sub lege libertas".

 

 SOTTOSEGRETARIO DI STATO ALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI AUTORITA’ DELEGATA PER LA SICUREZZA DELLA REPUBBLICA (Capo della Polizia – Direttore Generale della Pubblica Sicurezza dal 19 maggio 2016 al 1^ marzo 2021)
“Credo che non si abbia una visione esatta della complessità della legge se non si tiene conto di un fatto: la riforma non si esaurisce nella smilitarizzazione, nella sindacalizzazione, nel riconoscimento dei diritti civili e politici, ma investe il sistema complessivo dell’Amministrazione della pubblica sicurezza, dal vertice alla periferia, dalle strutture organizzative al piano funzionale e istituzionale”.
Con queste parole, l’allora ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, nella seduta della Camera del 25 marzo 1981, accompagnò, verso la conclusione, un dibattito parlamentare iniziato l’8 novembre 1979, che condurrà alla promulgazione della legge 1 aprile 1981, n. 121, recante il “Nuovo ordinamento dell'Amministrazione della pubblica sicurezza”.
Smilitarizzazione, sindacalizzazione, parificazione del ruolo delle donne, creazione del ruolo degli ispettori. Tutte istanze di democratizzazione e modernizzazione che, emerse sin dall’inizio degli Anni ’70, trovarono finalmente una risposta sistemica in quell’aprile del 1981.
Tant’è che oggi la Polizia di Stato ha scelto di festeggiare la ricorrenza della propria fondazione, risalente al 1852, proprio il 10 aprile, data di pubblicazione della legge, per sottolineare il vincolo indissolubile che lega l’Istituzione a quel provvedimento normativo.
Ma la 121, come tradizionalmente viene chiamata, non fu solo questo. Fu, innanzitutto, come lucidamente sottolineato dal ministro Rognoni, la legge che ha definito e disciplinato l’architettura dell’Amministrazione della pubblica sicurezza nel nostro Paese, un concetto molto più ampio e complesso delle stesse forze di polizia che la compongono. Con quel provvedimento furono fissati, infatti, alcuni principi cardine nel nostro sistema. Primo fra tutti, l’unicità dell’Autorità nazionale di pubblica sicurezza, identificata nel ministro dell'Interno. Perché in uno stato democratico la direzione degli apparati deputati alla sicurezza deve necessariamente far capo a un vertice politico, espressione di un Parlamento, sintesi della volontà popolare. Questa è la democrazia. Nel contempo fu fissato un corollario fondamentale: l'Autorità nazionale si avvale per la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, di un’amministrazione “civile” della pubblica sicurezza, composta dalle Forze di polizia, dai prefetti, dai questori, dai sindaci e anche dai cittadini che rivestono la qualifica di agenti di pubblica sicurezza. Questa amministrazione civile della pubblica sicurezza, così strutturata, è presidio di legalità e di sicurezza nel nostro Paese.
La complessità di tale materia aiuta a comprendere le ragioni di un iter parlamentare lungo e travagliato, come devono necessariamente esserlo le grandi riforme istituzionali che toccano i gangli vitali di una democrazia. Nella difficile ricerca di una conversione necessaria, il dibattito coinvolse non solo il Parlamento e le forze politiche e sociali del Paese, ma impegnò la stessa platea dei poliziotti, l’opinione pubblica, la stampa. Questo faticoso procedere, come sottolineò il relatore della legge alla Camera, l’onorevole Oscar Mammì, contribuì a “evitare quanto il terrorismo e la criminalità si proponevano, evitare cioè che si realizzasse il fine di dissaldare, in un Paese a democrazia piuttosto giovane, le istituzioni dai cittadini, i poliziotti dai lavoratori”.
A quarant’anni dal suo varo, abbiamo voluto celebrare questo architrave del nostro sistema di sicurezza, invitando personalità delle Istituzioni, del mondo della cultura, del giornalismo, della società civile a sviluppare i principali temi sui quali questa straordinaria legge ebbe riflessi riformatori.
Pur nella loro varietà ed eterogeneità, tutti questi preziosi contributi, ognuno dei quali meriterebbe uno specifico approfondimento, sembrano riconnettersi a un tema centrale, che tocca un topos di ogni democrazia: il rapporto tra libertà e autorità, tra libertà e coloro che sono chiamati a tutelarla.
Spero che la lettura di queste pagine possa aiutare a comprendere la lungimiranza del legislatore del 1981 che ha contribuito a fare del ministero dell’Interno la “casa dei diritti e delle libertà”.

 

Donne, la svolta della legge 121

 

Una delle più importanti tappe della riforma che sancì l’eguaglianza
con i colleghi uomini, commentata da Marta Cartabia

Una data storica quella che vide 62 anni fa la comparsa delle quote rosa in polizia: era il 1° marzo 1961 quando entrarono in servizio le prime ispettrici appartenenti alla carriera direttiva del nuovo Corpo di polizia femminile, istituito con legge n. 1083 del 7 dicembre del 1959, creato su indicazione dell’allora capo della Polizia Giovanni Carcaterra. Quattro mesi dopo furono affiancate dalle assistenti di polizia, appartenenti alla carriera di concetto dello stesso Corpo. Le poliziotte, assegnate a uffici come quello di Polizia femminile, la Sezione minori o le Squadre buoncostume delle questure, avevano incarichi specifici che riguardavano il contrasto dei reati nei confronti di donne e bambini, reati contro la moralità pubblica e a sfondo sessuale. Spesso le prime poliziotte venivano impiegate anche per la tutela del lavoro minorile e femminile, le indagini e gli atti di polizia giudiziaria che riguardavano le stesse categorie di persone, nei confronti delle quali svolgevano compiti di vigilanza e di assistenza per i provvedimenti di polizia (se i minori erano in stato di abbandono morale e sociale, come il contrasto all’evasione scolastica.) Non si può dimenticare l’impiego massiccio della polizia femminile in occasione di calamità naturali: ispettrici e assistenti per la prima volta intervennero per il terremoto nella valle del Belice (1968), di Tuscania (1971), di Ancona (1972) e in quelli, disastrosi per numero di vittime, del Friuli (1976) e dell’Irpinia (1980).
Poteri e mansioni particolari quelli delle prime donne in divisa, ma anche limitati: «Il raggiungimento della parità con i colleghi uomini – scrive il prefetto Carlo Mosca nel suo libro sulla riforma – è stato uno dei primi obiettivi, nell’osservanza del dettato costituzionale, di cui all’articolo 51, secondo il quale tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici in condizioni di uguaglianza». Decisiva è stata anche l’entrata in vigore, alla fine del 1977, della cosiddetta “legge Anselmi” che vietava qualunque discriminazione, anche indiretta, fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, in qualunque settore o attività professionale. Un percorso articolato e complicato quello relativo alla parità di genere: «Finalmente – sottolinea Mosca – nel 1981, la riforma attuata con la legge 121, nel disporre lo scioglimento del Corpo delle guardie di pubblica sicurezza e del Corpo di polizia femminile stabiliva che il relativo personale, unitamente con quello appartenente ai ruoli del personale civile della carriera direttiva dell’Amministrazione della pubblica sicurezza, confluisse nei ruoli del personale della Polizia di Stato». Era caduta l’ultima barriera: la riforma aveva così sancito la piena equiparazione tra personale femminile e maschile, con parità di attribuzioni, funzioni, trattamento economico e progressione in carriera. Questa “rivoluzione rosa” aprì la strada, con la legge n. 380 del 20 ottobre 1999, all’ingresso delle donne in tutte le forze armate. «Oggi, nella Polizia di Stato – conclude il prefetto – circa quindicimila donne sono impiegate in tutti gli ambiti operativi, tecnici e dei sanitari, ricoprendo tutte le qualifiche. Da pochi mesi, per la prima volta, una donna è diventata vice capo vicario della Polizia»..

«La presenza delle donne nella Polizia di Stato appartiene alla storia recente. Come è accaduto per altre funzioni pubbliche la partecipazione delle donne all’esercizio di funzioni della sicurezza pubblica è stata ostacolata dal pregiudizio che determinate attività non fossero adeguate alla natura della donna. La legge 121 rimosse gli ostacoli giuridici alla effettiva parità delle donne nel servizio di polizia e simbolicamente marcò la fine dell’eguaglianza condizionata alle attitudini di genere. A distanza di quarant’anni è significativo notare che la presenza femminile nelle Forze di polizia è particolarmente qualificata. Caduti gli ostacoli di ordine giuridico, le donne con il loro lavoro, la loro dedizione e la loro professionalità hanno mostrato il contributo che sono in grado di offrire alla vita sociale, anche in questo ambito, che era loro tradizionalmente precluso».
Marta Cartabia, Ministro della Giustizia

 

Sindacati, autonomia   e imparzialità

 

Continua il processo di democratizzazione
della 121/81. La nascita delle organizzazioni
a tutela dei poliziotti commentata da Michele Ainis

Nel corso degli Anni ‘70 sull’onda della crescente sindacalizzazione della società italiana, i movimenti democratici rivendicativi di spazi di libertà finirono per coinvolgere anche le forze armate e, in particolare modo, la Polizia per la quale si richiedeva oltre alla smilitarizzazione, anche il riconoscimento della rappresentanza sindacali. Sotto questo punto di vista la legge 121 ha rappresentato un ulteriore tassello nel processo di democratizzazione dell’Italia: fino a quel momento, infatti, il sindacato restava escluso del tutto dalla struttura militare della pubblica sicurezza. «L’importante riconoscimento della libertà sindacale per il personale della Polizia di Stato – afferma Carlo Mosca – si fonda sulla pluralità di organizzazioni sindacali dirette e rappresentate da personale di polizia in servizio o in quiescenza, organizzazioni che tutelano gli interessi degli operatori di polizia senza interferire nella direzione dei servizi o nei compiti operativi». Nella legge del 1981, l’imparzialità, elemento imprescindibile che deve contraddistinguere l’Istituzione di polizia e i suoi appartenenti, è stata sottolineata «nel suo significato istituzionale dalla previsione legislativa – sostiene ancora il prefetto – secondo cui i sindacati di polizia, all’articolo 83, comma 2, della 121/81, non possono aderire, affiliarsi o avere relazioni di carattere organizzativo con altre associazioni sindacali, quasi a voler pretendere una sorta di autonomia su cui si è molto discusso, visti i collegamenti che si sono creati tra le numerose organizzazioni e le centrali sindacali confederali e autonome».
Questo al fine di evitare una politicizzazione dello strumento sindacale e perché è necessario che in ciascun appartenente si sviluppi il senso di responsabilità relativo alle delicate funzioni espletate, da cui deriva l’indispensabile imparzialità già citata: «Secondo la ratio del legislatore della 121 – continua Mosca – l’autonomia e l’indipendenza sindacale non evidenziano il distacco dalla società e dalle organizzazioni presenti in quest’ultima, quanto risultano espressione di garanzia per i cittadini, da una posizione al di sopra delle parti, pur nel rispetto delle loro convinzioni politiche». Da questo scaturisce che le organizzazioni sindacali della polizia non possono essere rappresentate da estranei alla pubblica sicurezza. Inoltre, il modello sindacale scelto dalla legge n. 121/81 non è originale o diverso, ma risente comunque delle caratteristiche comuni alle strutture sindacali del pubblico impiego di cui ricalca anche l’attività che regola i rapporti di lavoro: il trattamento economico, l’orario di servizio, le ferie, i permessi, i congedi, le aspettative, il lavoro straordinario, le missioni e i trasferimenti, nonché i criteri per la formazione e l’aggiornamento professionale e tutti gli altri strumenti necessari per assicurare il miglior funzionamento dell’intera struttura di polizia. Il 15 dicembre del 1983 fu firmato il primo contratto nazionale di lavoro tra il ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro e i rappresentanti dei due principali sindacati di polizia, il Siulp (Sindacato italiano unitario lavoratori polizia ) e il Sap (Sindacato autonomo di polizia). Tornando alla Riforma, conclude il prefetto Carlo Mosca, «per quanto riguarda lo svolgimento dei diritti sindacali, il legislatore del 1981 fa proprio il convincimento che le funzioni essenziali, per l’esistenza stessa della Repubblica democratica, debbano essere sempre assicurate e che la missione del ministero dell’Interno di garantire l’esercizio dei diritti civili e sociali dei cittadini, previsti dalla Costituzione, non debba subire mai alcuna interruzione». Per questo esiste il divieto per i poliziotti di scioperare e di porre in essere azioni tali che, effettuate durante il servizio, possano pregiudicare la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica o le attività di polizia giudiziaria.

 

«Lo Stato, diceva Max Weber, ha il monopolio della forza legittima. Ma in democrazia deve usare la forza per garantire le libertà dei cittadini, non certo per opprimerli. È questo il lascito del costituzionalismo, inaugurato dalle Carte rivoluzionarie di fine Settecento. Da qui, allora, una domanda: come può la macchina statale proteggere i diritti, se non li riconosce al proprio interno? La risposta si trova scritta nella legge 1 aprile 1981, n. 121, che ha avviato il processo di democratizzazione della Polizia di Stato. Attuando, sia pure con trent’anni di ritardo, un principio costituzionale. “L’organizzazione sindacale è libera”, dichiara infatti l’articolo 39 della Carta repubblicana. Ma in precedenza i sindacati, nel cuore pulsante dello Stato, non erano liberi, bensì vietati. Ora non più: l’articolo 82 di questa legge enuncia i diritti sindacali delle Forze di polizia».

Michele Ainis, componente Autorità garante concorrenza e mercato