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Si è concluso a Matera il XXVII Congresso eucaristico nazionale con il Papa tra gioia, emozioni forti e ascolto profondo delle Chiese in Italia, organizzato dalla Diocesi di Matera-Irsina. Puntualissimo il Papa che invece di arrivare in elicottero, a causa delle cattive condizioni metereologiche, è arrivato presso l’aeroporto militare di Gioia del Colle, da dove è stato prelevato, accompagnato con una imponente scorta presso lo Stadio XXI Settembre – “Franco Salerno” Accolto con entusiasmo dalla gente per strada e dai 15mila fedeli raccolti nello stadio, il Pontefice ha concelebrato con gli 80 vescovi di tutta Italia, presenti al Congresso e centinaia di sacerdoti. Nella sua omelia, con tono decisamente forte ha dichiarato che "L'Eucaristia è profezia di un mondo nuovo, è la presenza di Gesù che ci chiede di impegnarci perché accada un’effettiva conversione: dall’indifferenza alla compassione, dallo spreco alla condivisione, dall’egoismo all’amore, dall’individualismo alla fraternità". Il programma della giornata conclusiva, pur avendo subito una significativa rettifica, a motivo delle elezioni politiche che hanno coinciso con l’evento organizzato dall’Arcidiocesi di Matera-Irsina, ha visto comunque compiersi alcuni gesti significativi. Sulla via del ritorno verso l’aeroporto delle Puglie si è fermato alla "Casa della Fraternità don Giovanni Mele", dove ha benedetto ed inaugurato la nuova mensa per i poveri nel quartiere Piccianello. Nell’omelia della Messa, il Papa commentando ancora il Vangelo del povero Lazzaro e del ricco senza nome, ha posto l'accento sulla mancanza di solidarietà del nostro mondo. "E' doloroso vedere che questa parabola è ancora storia dei nostri giorni". Ma "le ingiustizie, le disparità, le risorse della terra distribuite in modo iniquo, i soprusi dei potenti nei confronti dei deboli, l’indifferenza verso il grido dei poveri, l’abisso che ogni giorno scaviamo generando emarginazione, non possono lasciarci indifferenti". ha aggiunto. Il Papa ha esortato: "Sogniamo una Chiesa eucaristica. Fatta di donne e uomini che si spezzano come pane per tutti coloro che masticano la solitudine e la povertà, per coloro che sono affamati di tenerezza e di compassione, per coloro la cui vita si sta sbriciolando perché è venuto a mancare il lievito buono della speranza. Una Chiesa che si inginocchia davanti all’Eucaristia e adora con stupore il Signore presente nel pane; ma che sa anche piegarsi con compassione dinanzi alle ferite di chi soffre, sollevando i poveri, asciugando le lacrime di chi soffre, facendosi pane di speranza e di gioia per tutti. Perché non c’è un vero culto eucaristico senza compassione per i tanti “Lazzaro” che anche oggi ci camminano accanto”. Come è solito nel suo magistero, Papa Francesco ha messo in guardia i fedeli da alcuni atteggiamenti, che ritiene essere una forte insidia: la chiusura e l’egoismo, che si evincono dal comportamento del ricco, che resta senza nome, a significare che Dio predilige i poveri in spirito e li chiama per nome, mentre il ricco è senza nome, per indicare che il rischio di confonderci con lui è sempre vicino. E continuando la sua riflessione afferma: "Solo alla fine della vita, quando il Signore rovescia le sorti, finalmente si accorge di Lazzaro, ma Abramo gli dice: 'Tra noi e voi è stato fissato un grande abisso'. Era stato il ricco a scavare un abisso tra lui e Lazzaro durante la vita terrena e adesso, nella vita eterna, quell’abisso rimane. Perché “il nostro futuro eterno - ha sottolineato il Papa “dipende da questa vita presente: se scaviamo adesso un abisso con i fratelli, ci “scaviamo la fossa” per il dopo. Se alziamo adesso dei muri contro i fratelli, restiamo imprigionati nella solitudine e nella morte anche dopo”.
Ancora una evidenza forte da parte del Papa: “l’Eucaristia ci ricorda il primato di Dio”. Primato negato dal ricco della parabola che “pensa solo al proprio benessere, a soddisfare i suoi bisogni, a godersi la vita. Egli compiace sé stesso, adora la ricchezza mondana, è chiuso nel suo piccolo mondo festaiolo”. In sostanza “adora solo sé stesso. Non a caso, di lui non si dice il nome: lo chiamiamo “ricco”. Ha perduto perfino il nome. “Com’è triste anche oggi questa realtà, quando confondiamo quello che siamo con quello che abbiamo, quando giudichiamo le persone dalla ricchezza che hanno, dai titoli che esibiscono, dai ruoli che ricoprono o dalla marca del vestito che indossano. È la religione dell’avere e dell’apparire, che spesso domina la scena di questo mondo, ma alla fine ci lascia a mani vuote”. Al contrario, ha tenuto a ricordare Francesco, “il povero ha un nome, Lazzaro, che significa 'Dio aiuta'. Ecco allora la sfida permanente che l’Eucaristia offre alla nostra vita: adorare Dio e non sé stessi. Mettere Lui al centro e non la vanità del proprio io. Ricordarci che solo il Signore è Dio e tutto il resto è dono del suo amore. Perché se adoriamo noi stessi, moriamo nell’asfissia del nostro piccolo io; se adoriamo le ricchezze di questo mondo, esse si impossessano di noi e ci rendono schiavi; se adoriamo il dio dell’apparenza e ci inebriamo nello spreco, prima o dopo la vita stessa ci chiederà il conto". “Ricordiamoci questo - ha ammonito Francesco -: chi adora Dio non diventa schiavo di nessuno. Riscopriamo la preghiera di adorazione: essa ci libera e ci restituisce alla nostra dignità di figli”. Infine con una aggiunta a braccio ha nuovamente sottolineato: "Pensiamo oggi sul serio sul ricco e su Lazzaro, succede ogni giorno e tante volte. Vergogniamoci! Succede in noi questa lotta e fra noi e nella comunità". L’auspicio di Papa Francesco è quello di tornare costantemente a Gesù, attraverso l’Eucaristia. “Torniamo al gusto del pane, perché mentre siamo affamati di amore e di speranza, o siamo spezzati dai travagli e dalle sofferenze della vita, Gesù si fa cibo che ci sfama e ci guarisce. Torniamo al gusto del pane, perché mentre nel mondo continuano a consumarsi ingiustizie e discriminazioni verso i poveri, Gesù ci dona il Pane della condivisione e ci manda ogni giorno come apostoli di fraternità, di giustizia e di pace. Torniamo al gusto del pane per essere Chiesa eucaristica, che mette Gesù al centro e si fa pane di tenerezza e di misericordia per tutti”. Al termine della Concelebrazione eucaristica il Papa pregando l’Angelus ha invocato Dio per alcune necessità internazionali, ma è partito da un bisogno dell’Italia. “Oggi” - ha aggiunto a braccio “oserei chiedere per l'Italia più nascite e più figli”. Subito dopo il Pontefice ha rivolto il suo pensiero al Myanmar. “Da più di due anni quel nobile Paese è martoriato da gravi scontri armati e violenze, che hanno causato tante vittime e sfollati. Questa settimana mi è giunto il grido di dolore per la morte di bambini in una scuola bombardata. Che il grido di questi piccoli non resti inascoltato! Queste tragedie non devono avvenire”. Inoltre “Maria, Regina della Pace, conforti il popolo ucraino e ottenga ai capi delle Nazioni la forza di volontà per trovare subito iniziative efficaci che conducano alla fine della guerra”. Il Papa si è anche unito “all’appello dei Vescovi del Camerun per la liberazione di otto persone sequestrate nella Diocesi di Mamfe, tra cui cinque sacerdoti e una religiosa. Prego per loro e per le popolazioni della provincia ecclesiastica di Bamenda: il Signore doni pace ai cuori e alla vita sociale di quel caro Paese”.
Carmela Romano