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L’11 agosto sono entrato nel CPR di Palazzo San Gervasio, il giorno dopo la morte di un uomo e i disordini che l’hanno seguita. Non ci sono andato per una fotografia e non ne ho ricavato una polemica di stagione: ne ho ricavato la convinzione, che da allora ripeto in ogni sede, che quel modello di trattenimento produca sofferenza per chi vi è chiuso dentro e disorganizzazione per gli agenti che vi sono comandati, e che scaricare su entrambi il costo di una scelta politica non sia né sicurezza né efficienza.

È da lì che guardo, oggi, a ciò che sta accadendo attorno all’inchiesta della Procura di Ravenna sui certificati di non idoneità al trattenimento. Ventitré medici perquisiti in diverse città italiane, l’infettivologo Nicola Cocco indagato per associazione per delinquere. Su quei fatti non intendo esprimere alcuna valutazione, e non lo farò: il merito appartiene alla magistratura, che deve poter lavorare senza pressioni, e a chi è indagato si deve per intero la presunzione di non colpevolezza, che non è una cortesia ma un principio costituzionale.

Quello che appartiene invece al dibattito pubblico, e dunque al Parlamento, è una questione che sta a monte del singolo procedimento: fino a che punto una posizione professionale e deontologica, sostenuta apertamente in convegni, congressi e pubblicazioni scientifiche, può essere ricondotta allo schema dell’organizzazione criminale senza che ne risulti compresso lo spazio di autonomia del medico. Non è una preoccupazione di parte. Il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, Filippo Anelli, ha ricordato con nettezza che la violazione del codice deontologico, ove accertata, ha le sue sanzioni disciplinari, ma che sorprende dubitare della libertà dei medici di discutere pubblicamente delle condizioni sanitarie nei centri di rimpatrio. Sono due piani distinti e devono restare tali: l’eventuale responsabilità individuale per un atto determinato è una cosa, la qualificazione di una campagna pubblica come consorteria è un’altra.

A questo si aggiunge, per me, una ragione che non è giuridica e che non voglio far pesare come se lo fosse. Nicola Cocco viene dalla mia stessa terra, e con lui ho condiviso, poche settimane fa, un confronto pubblico proprio sulle condizioni di chi transita da quelle strutture. Ho visto un professionista che portava dati, letteratura scientifica e dilemmi deontologici, non parole d’ordine. Vedere oggi quella competenza descritta come il vertice di un’organizzazione a delinquere mi colpisce come cittadino prima ancora che come parlamentare, e lo dico senza chiedere sconti a nessuno: se un’accusa è fondata lo stabilirà un giudice, ma nessuna accusa autorizza, nel frattempo, la gogna verso una categoria intera.

Per questo esprimo a Nicola Cocco e a tutti i medici coinvolti una solidarietà che non è un giudizio sull’inchiesta ma un presidio di garanzia, e chiedo che sia una solidarietà parlamentare, possibilmente trasversale: chi oggi invoca radiazioni dall’albo prima ancora di un rinvio a giudizio sta sostituendo il proprio giudizio politico a quello dei giudici e degli Ordini professionali, e dovrebbe misurare le conseguenze di ciò che afferma. Presenterò un’interrogazione al Governo che non entrerà nel merito degli atti d’indagine — non è competenza mia né del Governo — ma porrà le due domande che spettano al Parlamento: quali garanzie siano assicurate all’autonomia valutativa dei sanitari chiamati a esprimersi sull’idoneità al trattenimento, spesso in pochi minuti e senza alcuno spazio per la valutazione della salute mentale; e quali dati il Ministero dell’Interno possieda sulle condizioni sanitarie, sugli eventi critici e sui decessi nei CPR, a partire da quello di Palazzo San Gervasio, sul quale attendiamo ancora risposte.

Non chiedo a nessuno di condividere la mia opinione sui CPR. Chiedo una cosa più semplice e più seria: che il dissenso documentato di chi cura non venga trattato come un reato. Un Paese che si abitua a rispondere con il codice penale a chi segnala un rischio sanitario non diventa più sicuro. Diventa soltanto più cieco.

On. Arnaldo Lomuti

Deputato M5S

Segretario Commissione Difesa

Segretario della delegazione italiana presso l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa

Camera dei Deputati

Roma