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 Araneo Verri 09 25

Ieri, all’Assemblea di Confindustria Energia, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin

ha detto, come riporta il Fatto Quotidiano, che si sta riaprendo la fase delle candidature per il

Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi e che, se non ne arriveranno, ci sono le aree militari. Lo scriviamo a poche settimane dall’anniversario di Scanzano perché non è un dettaglio tecnico: è l’indicazione di come si intende arrivare alla decisione.

Il paracadute. La fase delle autocandidature si chiuse il 12 marzo 2024 senza che si facesse

avanti un solo Comune. In audizione alla Camera, il 25 giugno 2025, lo stesso Ministro aveva indicato il calendario, autorizzazione unica nel 2029 ed esercizio nel 2039, e chiarito che in mancanza di un accordo con le Regioni avrebbe deciso il Governo. Oggi il piano B ha un nome. Una candidatura che, se non arriva, viene sostituita da una scelta d’autorità non è una candidatura: è un invito a rassegnarsi, e il consenso dei territori diventa una formalità da attendere.

Un metodo che si ripete. Nel luglio 2025 il presidente Bardi ha espresso in Conferenza

Unificata parere favorevole alla legge delega sul nucleare, senza passare dal Consiglio regionale. A settembre il decreto-legge n. 157 ha previsto un commissario ad acta quando manca l’intesa della Regione sugli idrocarburi. Ora il Ministro indica le aree militari per il caso in cui nessun territorio si candidi. Tre passaggi diversi, uno schema solo: dove il territorio può dire di no, si prepara chi deciderà al suo posto. 

La lezione di Scanzano. Il 14 novembre 2003 il decreto-legge n. 314 indicò Scanzano Jonico

come sede del deposito e lo qualificò «opera di difesa militare». Era la veste giuridica con cui la scelta veniva sottratta al confronto con i territori. La Basilicata rispose con giorni di mobilitazione e con la marcia dei centomila del 23 novembre, e il Governo fu costretto a cancellare Scanzano dal testo. Le «aree militari» sono la stessa idea con un altro nome. Non siamo contro la scienza e non ci interessa discutere di quale poligono si parli: ci interessa che una scelta destinata a durare per secoli non sia sottratta a chi vive su quel territorio.

Un atto che c’è già, ed è fermo. Il 12 novembre 2025, nell’anniversario di quella

mobilitazione, avevamo chiesto l’immediata discussione in Consiglio. A quasi un anno di distanza non è cambiato nulla. Esiste, anzi, la mozione n. 18 sulla contrarietà della Regione a un sito di stoccaggio in un parco tecnologico, che figura da oltre un anno nel calendario dei lavori consiliari e che era ancora tra i punti all’ordine del giorno della seduta del 13 ottobre. Il Consiglio non deve inventare nulla: deve discuterla. Con un limite che le parole del Ministro rendono evidente: quel testo parla di un parco tecnologico, non di caserme.

Le nostre richieste. Chiediamo che la mozione sia calendarizzata e votata entro il 23

novembre, estendendone espressamente il perimetro a qualunque sito, civile o militare. Chiediamo al presidente Bardi, con un atto formale e non con un comunicato rassicurante, di dire se il «no al deposito unico» che gli viene attribuito vale anche per le aree militari, e di impegnarsi a negare l’intesa in Conferenza Unificata su ogni decreto attuativo della delega che consenta di localizzare il deposito senza il consenso del territorio. Chiediamo che sia reso pubblico lo stato reale del procedimento per i territori lucani. Sul versante governativo e parlamentare, dove si può domandare al Ministro quali strutture militari siano oggi in valutazione, continueremo a seguire il dossier insieme al deputato Arnaldo Lomuti.

Il 23 novembre la Basilicata ricorderà Scanzano. Vorremmo poterlo fare con un atto approvato e non con l’ennesima commemorazione: la Basilicata non si tocca né con una candidatura né con un decreto né con una caserma.

Alessia Araneo, Viviana Verri (Consigliere regionali – Movimento 5 Stelle Basilicata)