FRANCESCOFANUCCHI.gif

 TDCXI-2026-Pandora2.jpgTDCXI-2026-Pandora13.jpgTDCXI-2026-Pandora6.jpg

Si è conclusa l’XI stagione del Teatro dei Calanchi. Le sette rappresentazioni di PANDORA hanno registrato il tutto esaurito, segnando la più alta partecipazione nella storia del progetto. Un’edizione interamente dedicata al teatro e a una sola nuova produzione, costruita nei Calanchi di Pisticci facendo di luce naturale, distanze, argilla, corpi e presenza del pubblico elementi della scrittura scenica.

Si è conclusa a Pisticci, in Basilicata, l’XI stagione del Teatro dei Calanchi. Le sette rappresentazioni di PANDORA, nuova creazione di Daniele Onorati nata dalla residenza artistica 2026, hanno registrato il tutto esaurito, con spettatori arrivati da tutta Italia e una presenza più contenuta anche dall’estero.

È il dato di partecipazione più alto dalla nascita del progetto, raggiunto in una stagione che ha scelto di concentrare l’intero programma su un’unica opera teatrale. Una scelta che acquista significato anche nei numeri. Di fronte a una domanda superiore alla disponibilità, il Teatro dei Calanchi ha mantenuto deliberatamente contenuta la capienza. Qui la crescita del pubblico non coincide automaticamente con l’aumento delle presenze possibili: esiste una soglia oltre la quale la relazione tra spettacolo, spettatore e ambiente cambierebbe natura.

Intorno a Pisticci, nel Materano, l’argilla apre il territorio in una successione di creste, vuoti e profondità, quasi priva di riferimenti costruiti. È in questo spazio che da undici anni il Teatro dei Calanchi sviluppa la propria ricerca, introducendo temporaneamente il dispositivo teatrale senza trasformare il luogo in un’infrastruttura permanente.

La questione è artistica prima ancora che ambientale.

Non tutto ciò che accade in un paesaggio entra realmente in relazione con quel paesaggio. È possibile utilizzare la natura come fondale spettacolare, appropriarsi della sua forza visiva, concentrarvi grandi quantità di persone e lasciare che il luogo svolga semplicemente la funzione di scenografia.

Il Teatro dei Calanchi parte da un principio diverso: il luogo non deve servire l’evento; è l’opera che deve trovare la propria misura rispetto al luogo.

Questo comporta ridurre l’affollamento e gli interventi al necessario, riconoscere la fragilità dell’ambiente e considerare la presenza umana come qualcosa che produce sempre una conseguenza. Il rispetto della natura smette così di essere un tema dichiarato e diventa un criterio concreto di produzione.

È dentro questa disciplina che è nata PANDORA.

L’opera non è stata concepita in uno spazio neutro e successivamente trasferita nei Calanchi. È cresciuta direttamente nel confronto con essi. Una distanza di cinquanta metri poteva diventare una decisione drammaturgica; il tempo necessario a percorrerla modificare il ritmo di una scena; pochi metri di differenza nella posizione di un corpo cambiare completamente un’immagine.

Il tramonto, soprattutto, non era un effetto luminoso da regolare. Procedeva secondo il proprio tempo, accompagnando la rappresentazione dal giorno alla notte.

Per lo spettatore tutto poteva apparire naturale. Quella naturalezza era il risultato di un lavoro attoriale e registico estremamente preciso, sviluppato affinché gesto, spazio, tempo e presenza trovassero una necessità comune.

È qui che il Teatro dei Calanchi si separa dall’idea di semplice ambientazione.

In un edificio teatrale molte coordinate sono disponibili prima ancora che cominci il lavoro: un punto di vista, la distanza fra scena e platea, una luce controllabile, proporzioni e accessi già definiti. Nei Calanchi queste convenzioni devono essere ripensate dall’origine. Il luogo pone domande prima di offrire soluzioni.

Dietro le poche ore vissute dal pubblico c’è quindi un processo iniziato mesi prima: scrittura, residenza artistica, ricerca sui corpi e sulle voci, costruzione delle azioni direttamente nello spazio, composizione delle distanze e una regia costantemente chiamata a confrontarsi con ciò che non può essere interamente addomesticato.

Il valore di questa complessità sta proprio nella capacità di non esibirsi come tale. Il lavoro raggiunge il proprio esito quando il meccanismo scompare e rimane l’opera.

Su questa stessa logica si innesta la riscrittura del mito.

Onorati riprende uno dei racconti fondativi della cultura occidentale sottraendolo alla ricostruzione archeologica e lavorando sulle contraddizioni che continua a consegnare al presente: la colpa attribuita a una donna, il desiderio di conoscere trasformato in condanna, la necessità di individuare un responsabile quando le conseguenze diventano più grandi di chi ha compiuto il gesto.

La riscrittura prende corpo attraverso cinque figure che conservano il nome del mito ma ne spostano continuamente il significato. Francesca Vignali è Pandora, al centro di una vicenda che progressivamente si sottrae alla colpa che la tradizione le ha assegnato; Marco De Letteriis, Prometeo nella precedente edizione, interpreta Epimeteo, chiamato a misurarsi con le conseguenze di ciò che ha accolto senza comprenderlo fino in fondo.

Chiara Ritelli, già Nemesis in Prometeo, torna al Teatro dei Calanchi nel ruolo di Caos, presenza inquieta e generatrice. Marta Ferrarini è Thanatos, restituita attraverso una presenza scenica rigorosa e concreta, capace di far entrare la morte nella trama senza ridurla a figura illustrativa. Matteo Magatti interpreta Eros, imprimendo al personaggio un’energia fisica che attraversa la composizione e ne modifica gli equilibri.

Cinque presenze differenti, chiamate a rimettere in movimento il mito attraverso il corpo prima ancora che attraverso la sua spiegazione.

Nei Calanchi questa scelta ha conseguenze concrete. Gli interpreti si misurano realmente con pendenze, distanze, materia e perdita progressiva della luce. La terra che si frattura, l’orizzonte che altera la percezione delle dimensioni e il passaggio dal giorno alla notte esistono prima come fatti e solo successivamente possono diventare segni.

Le sette rappresentazioni hanno così condiviso una drammaturgia e una composizione definite senza poter coincidere perfettamente. Il mutare della luce e dell’aria, la presenza degli spettatori, la diversa percezione delle distanze intervenivano sull’accadere scenico senza alterarne l’architettura.

Proprio il pubblico ha restituito uno dei segnali più interessanti della stagione.

Dopo i saluti finali, sera dopo sera, gli spettatori hanno letteralmente invaso con gentilezza lo spazio scenico per incontrare gli attori e il regista. Lo spettacolo continuava così, informalmente, nelle conversazioni, nelle domande, nei confronti nati a pochi minuti dalla conclusione.

In quei dialoghi è emersa anche l’attenzione verso la drammaturgia. Nella penna di Onorati, il percorso mitografico assume l’archetipo non come reperto da rendere contemporaneo a forza, ma come strumento ancora disponibile per affrontare il presente. Il mito viene attraversato, contraddetto e rimesso in funzione: Pandora, Epimeteo, Eros, Thanatos e Caos cessano di appartenere soltanto a un racconto antico e tornano a interrogare responsabilità, conoscenza, desiderio, limite e colpa.

Il fatto che molti spettatori abbiano sentito il bisogno di discutere il lavoro oltre il tempo della rappresentazione è stato uno degli indicatori più concreti della sua ricezione.

Anche il risultato di pubblico va letto dentro questo quadro. La stagione con la più alta partecipazione degli undici anni del Teatro dei Calanchi è stata, contemporaneamente, quella che ha scelto di non espandere indiscriminatamente la propria capacità di accoglienza.

Il tutto esaurito non diventa quindi il presupposto per occupare ancora di più il territorio, ma la dimostrazione che è possibile costruire una forte partecipazione mantenendo un limite.

È una posizione distante da una concezione dell’evento che misura il proprio valore soprattutto sulla quantità di persone che riesce a concentrare in un luogo. Per il Teatro dei Calanchi il limite appartiene invece al linguaggio del progetto: esattamente come una distanza scenica, un corpo o il tempo reale del tramonto.

PANDORA consegna così una domanda che supera la singola produzione e riguarda una parte della ricerca scenica contemporanea: quanto profondamente un luogo può entrare nella struttura di un’opera senza essere consumato come scenografia?

Il 29 agosto PANDORA ha avuto la sua ultima forma del 2026. Si è chiusa la stagione più partecipata nella storia del progetto, ma resta aperta la questione che l’ha attraversata: come produrre un’opera capace di incidere profondamente nell’esperienza di chi la incontra e, nello stesso tempo, lasciare sul luogo che l’ha resa possibile una traccia minima.

È dentro questo rapporto tra intensità dell’esperienza e misura della presenza che il Teatro dei Calanchi continua la propria ricerca.

PANDORA — Teatro dei Calanchi, XI stagione
Drammaturgia e regia: Daniele Onorati
Con Francesca Vignali, Marco De Letteriis, Chiara Ritelli, Marta Ferrarini, Matteo Magatti Costumi: Lina Torzella
MUA: Paola Oliveto
Hair: Anna De Nittis
Pisticci (MT), Basilicata
teatrodeicalanchi.com